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54° Venice Biennal – Padiglione Italia nel mondo

Exhibition Detail


June 4th, 2011 - November 27th, 2011
 
, Marco AngeliniMarco Angelini
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Digerire il mondo by Małgorzata Czyńska


Introduzione


La Biennale di Venezia varca, quest’anno, i confini italiani con il “Padiglione Italia nel Mondo” allestito in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. E’ stata coinvolta nel progetto la rete degli Istituti Italiani di Cultura offrendo un’opportunità ad artisti italiani operanti all’estero di esporre le loro opere e dimostrare la varietà e la molteplicità dei percorsi e delle scelte artistiche. È un tentativo di recepire il dialogo fra le culture. Le opere degli artisti selezionati sono esposte nelle rispettive sedi degli Istituti Italiani di Cultura e, in contemporanea, proiettate su schermo all’interno del Padiglione Italia e pubblicate sul sito internet della Biennale.
Marco Angelini è in mostra presso l’IIC di Varsavia. L’artista sottolinea il proprio legame con la Polonia, con la cultura e l’arte del paese pur nell’universalità delle sue opere.


Digerire il mondo


Arte e medicina, arte e scienza. Nel suo ultimo ciclo Marco Angelini analizza i rapporti tra queste discipline apparentemente distanti. Trova ispirazione nella ricerca scientifica, negli esperimenti di fisica, nel mondo della medicina. Lo spunto per un quadro può essere dato all’artista dallo sprigionarsi dell’energia, dalla sua trasformazione in luce, dal problema dell’infinito. In opere come “Centro nucleare”, “Quesito scientifico” tratta dei problemi del mondo contemporaneo, illustra i pericoli e le speranze insite nello sviluppo delle nuove tecnologie. I suoi lavori sono improntati talora alla pura astrazione, altre volte fluttuano fra astrazione e figurazione. Sono trascrizioni di una personale esperienza della realtà. Come ha scritto il critico Alessio Cosentino, Angelini “vede l’arte come processo di digestione del mondo”. L’artista è affascinato dai mutamenti in atto nella natura. Si sforza di comprendere le strutture del caos. In “Terramotus”, operetta metaforica, ci spiega gli sconvolgimenti provocati dal terremoto. Le vecchie strutture sono superate, ibernate sotto gli strati recenti delle nuove. Nel suo quadro le piante essiccate ricordano organismi ibernati, oasi sperse fra le sabbie del deserto. Che cosa nascondono? I misteri dell’evoluzione? I perché della civiltà? Io vi trovo connessioni con la scienza, con il sistema cellulare, con il codice genetico, così pittorico e così misterioso, ancor oggi imperscrutabile se è vero che al 98% rimane sconosciuto. “Vogliamo credere che esista una chiave universale – scrisse Jan Tarasin nel 1983 – con la quale aprire e spiegare i misteri per noi oggi più difficili, più complicati e inaccessibili. D’altra parte sappiamo che organizzando connessioni e fenomeni sempre più originali e ricercati, la natura opera quasi esclusivamente attraverso la complicazione dei motivi d’azione, dei mutui condizionamenti e legami. La complicazione è, dunque, lo scotto da pagare per l’innalzamento dello standard organizzativo della natura. (...) Identici processi avvengono nell’arte sebbene i loro effetti risultino molto più polisemici e problematici. (…) La natura complica i propri prodotti affinché possano espletare compiti sempre nuovi, sempre più complessi e conseguire finalità sempre più diversificate, talora opposte. In arte simili processi si realizzano solo se si riescono ad aggirare le trappole tese dai pastiche stilistici, eclettico-formali, a fondere in una tendenza unitaria, non soggetta a condizionamenti formali di sorta, le contraddizioni della complicazione in nuce”.
Non so se Marco Angelini conosca i saggi del professor Tarasin, ma so che ne apprezza la pittura e che vi si richiama esplicitamente nei suoi lavori. Rispetto alla finalità, al pari di Tarasin, si sforza di sistemare sulla tela i sistemi del caos. Affrontando tematiche scientifiche, legate al mondo della medicina o della fisica, Angelini intesse un dialogo con lo spettatore. È un artista, perciò rappresenta i problemi scelti in modo individuale, originale, a tratti sorprendente. Il problema è proprio questo perché, come diceva Platone, a un certo punto l’intelletto umano nelle sue speculazioni scientifiche si trova di fronte un muro e, allora, bisogna ricorrere alla poesia, all’arte, alla metafisica. Non illudiamoci che la scienza possa fornirci le prove dell’esistenza dell’assoluto. La scienza non è la sola modalità di conoscenza del mondo.
Nell’ultimo ciclo medico-scientifico Angelini include due tele, “Italia” e “Polonia” in qualche misura “fuori luogo” e sicuramente fuori tema. Sono, però, il naturale completamento delle sue ricerche artistiche e culturali. Nel quadro “Polonia” convogliano le influenze dell’arte italiana e polacca. Si richiama alla pittura di Luigi Fontana e all’artista polacco Jerzy Ryszard Zieliński di cui cita le parole: “Attraverso i dipinti voglio intendermi con la gente”.Giova qui riportare un’altra considerazione dello stesso Zieliński, profondamente compatibile con la persona di Angelini. “Voglio dire quel che penso di questo mondo. Perché in fondo vivo, perciò devo farlo”.

Małgorzata Czyńska


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